Sport a 360 gradi. Racconti, notizie e aneddoti dei nostri miti di ieri e oggi.

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Il Calcio che non sa perdonare

I tempi corrono veloci e non ci si può permettere di rimane indietro. Inseguire un obbiettivo significa investire tempo e denaro, non arrivare allo stesso è sinonimo di fallimento. Ai giorni nostri questo vale nella vita di tutti i giorni quanto nello sport, figuriamoci nel calcio, figuriamoci in Italia.

Nel campionato di serie A oramai sono nove anni dove spadroneggia la squadra della Juventus. La società torinese dopo un periodo di sofferenza passato per le colpe note a tutti e di cui difficilmente riuscirà mai a scrollarsi di dosso l’onta del misfatto, ha saputo rialzarsi e organizzarsi lasciando il famoso “Gap” con le altre difficilmente raggiungibile. Almeno fino al confine….

Già perché l’Europa per la “corazzata” bianconera sembra una vera e propria maledizione.
Allora perché non provare a cambiare con chi per molti degli addetti ai lavori è l’allenatore che più incarna la mentalità e il gioco che maggiormente potrebbe portare a Torino la coppa dalle grandi orecchie.

Maurizio Sarri per molti è stata la scelta migliore per provarci. Gli stessi molti che hanno dimenticato velocemente che il Mister per la società bianconera è stato un ripiego veloce, una seconda scelta. Pep non ne ha voluto sapere di approdare a Torino e allora via, Maurizio è la scelta migliore.
Sicuri che invece la scelta migliore non fosse tenere un grande allenatore come Allegri? Certo con il senno di poi tutti sono bravi. Vero il gioco avvolte non era spumeggiante, si in Europa la mentalità deve essere diversa. Eppure chi è arrivato a giocarsi due finali di Champions e senza Cr7?

Sarri ha incantato con il suo Napoli, ha fatto bene a Londra, c’è da dire che le squadre in questione erano costruite per il suo gioco, probabilmente la Juve no! Nonostante i campioni ci siano. La verità è che la Juve non è mai stata bella quest’anno, il bel gioco non è mai arrivato, tanto meno la mentalità giusta per essere superiori. Sarri ha il suo credo, ma come tutti ha bisogno di tempo. Un anno e vincere un campionato non è da tutti anche se alleni Cr7, Dybala e De Light. Scoccia uscire dall’Europa che conta per mano di una squadra mediocre come il Lione, però del tempo a Sarri si poteva dare, non era più facile rifondare una squadra ormai logora in alcuni reparti invece che ricambiare ancora la guida tecnica? Sopratutto se chi è arrivato sulla panchina a esperienza di allenatore come il sottoscritto.

Il movimento calcio purtroppo sta correndo più della stessa palla, si bruciano le tappe e alla fine si bruciano gli uomini. Non sarebbe ora di cambiare questa mentalità? Insomma dare tempo ed avere pazienza porta i suoi frutti. Fare la gavetta poi sarebbe il Top. Un De Zerbi su una panchina di una grande ad esempio sarebbe così un azzardo? Davvero?

Davvero lo sport più seguito al Mondo, non è capace di perdonare? Neanche quando in realtà hai vinto?

MANDRAKE, L’Atipico della Foglia Morta

Israele 1962, l’Italia si sta giocando una partita per le qualificazioni al mondiale in Cile, il primo tempo si chiude 2-0 per i padroni di casa. A fine partita il CT israeliano dichiarerà “Abbiamo perso contro il Piede Sinistro di Dio”

Mario Corso detto Mariolino quella partita l’ha ribalta! Doppietta e prestazione sublime, sarà una delle poche in maglia azzurra.

Mandrake arriva giovane nel calcio che conta, a soli 17 anni viene prelevato da una squadra nella provincia veronese, esordisce in prima squadra in un vittorioso 5-1 contro la Sampdoria per poi siglare il suo primo gol tra i professionisti già sette giorni dopo a Bologna. Un destino segnato di un giocatore atipico. Si diceva che Corso lo trovavi sempre dove non batteva il sole, sempre all’ombra. Che usasse solo il sinistro e che l’altro piede fosse solo un appoggio, che qualcuno dovesse ricordargli che c’era e che quindi doveva mettere lo scarpino anche lì. Tutto vero, ma Mariolino era questo, un uomo geniale che con la sua fantasia è entrato di diritto in quella filastrocca creata da Moratti Angelo e il Mago Herrera.

“Cocco” di lady Erminia Moratti che andava a San Siro solo perché giocava Corso, demone per il suo Mister Herrera, ogni anno il suo nome finiva in testa alla lista dei ceduti e ogni anno con una dolce pacca sulla spalla del mister, Moratti declinava con eleganza.

Già perché Mandrake non era uomo di corsa, non era uomo silenzioso nello spogliatoio. Ad Herrera questo non andava giù per carattere. Era la sua croce e delizia, tanto da non poter fare a meno di lui in quel biennio d’oro. Il suo sinistro incantava le platee, lanci millimetrici e dribbling scenografici. Un tiro che poteva essere forte e secco ma anche morbido e liftato. Fu proprio Mariolino a inventare la “Foglia Morta” punizione con effetto a superare la barriera e finire sotto i pali dove non ci si poteva far nulla. “Era un gesto che mi veniva naturale, colpivo la palla sotto con il sinistro e poi i problemi erano del portiere non miei”

Carattere scomodo per chi cercava di mettergli i piedi in testa, potevi chiamarti Herrera o Ferrari CT della nazionale, con cui Mandrake non ha mai avuto un rapporto facile. Aneddoti c’è ne sono, come quello quando in una delle classiche arringhe pre partita del Mago dove annunciava vittoria certa, Mario disse interrompendolo “Mister adesso lo vada a dire anche nell’altro spogliatoio” Oppure, dopo una stagione sugli allori quella del 1970/71 dove una pazzesca rincorsa al Milan di Rivera che era a più 7 vinse da protagonista assoluto lo scudetto, fu richiamato in nazionale. Durante un amichevole fece uno dei suoi gol pazzeschi, durante i festeggiamenti per la rete cercò con lo sguardo il CT Ferrari, reo di non averlo convocato ai mondiali cileni. Incontrati i suoi occhi gli fece il gesto dell’ombrello, dando addio definitivamente alla nazionale italiana.

Con il cambio di proprietà all’Inter e il ritorno di Herrera in panchina, il suo nome torna in cima a quella lista. Questa volta non ci sarà Moratti e la sua pacca sulla spalla. Mariolino conclude la sua avventura milanese nel calcio giocato per sempre, per poi tornare sotto l’ala protettrice dei Moratti come dirigente, molti anni dopo.

Oggi ci lascia, un giocatore come pochi mai visti. Mandrake o Mariolino, il giocatore che cercava l’ombra, ma che infiammava San Siro. Ci lascia per sempre un funambolo. Ci lascia Il Piede Sinistro di Dio.

Riposa in pace Mario, tranquillo che un posto lontano da quel fastidioso Sole lo troverai anche lassù.


LA PARTITA DELLA MORTE

Vi ricordate un’assolata Parigi, lo stadio pieno con migliaia di persone a intonare la Marsigliese, un colonnello Nazista che con occhi da sognatore si alza per applaudire la rovesciata di Luis prigioniero Nero dell’esercito americano. Il tutto mentre Stallone, in uno stile tremendo che neanche un portiere di terza categoria si permetterebbe a compiere, agguanta il pallone parando il rigore decisivo. Fortunatamente la decisione più saggia fu quella di inquadrare il caratteristico labbro storto e arricciato dell’attore.

Fuga per la Vittoria è un film piacevole, con la maggior parte degli attori ex calciatori professionisti. Pelè su tutti, ma anche Ardiles ad esempio. Non un colossal sicuramente, ma sapevate che la trama è ispirata ad una storia vera?

1941, la guerra dilaga in tutto il mondo, l’esercito tedesco occupa la Russia occidentale, nella regione Ucraina, allora facente parte dell’Unione Sovietica. Qui non ci sono gli americani, qui non c’è il piacevole sole parigino, il premio non è una gloriosa fuga. Qui non ci sono i campioni …ah no quelli ci sono!

Siamo in un forno di Kiev, qui inizia la storia che si intreccia tra leggenda e realtà. Ci sono uomini che lavorano senza pausa, prigionieri di guerra con il capo chino, obbediente all’oppressione del Nazista. C’è un momento della giornata dove i problemi vengono lasciati alle spalle, dove il futuro nero sembra quasi un ricordo lontano, è quel pallone in cuoio che rotola tra gli uomini. Uomini che nella realtà al di fuori del combattimento sono campioni, di quelli veri. Giocatori di Kiev divisi tra la gloriosa DYNAMO e gli acerrimi nemici della LOKOMOTIV. Da precisare che gli anni precedenti alla seconda guerra mondiale le squadre dell’est Europa sono formazioni quasi imbattibili, un calcio propositivo e bello da vedere. Polacchi, Ungheresi, Russi e Ucraini sono atleti formidabili. Se c’è qualcosa che può accomunare il bene e il male anche solo per un momento, questo è proprio un pallone. I Tedeschi fieri dell’oro operato e presuntuosi, sfidano quel manipolo di avversari, pensando ad una vittoria facile contro uomini spezzati dalla fatica e dalla prigionia. La partita si fa, la squadra dei panettieri si fa chiamare Star FC, mentre gli sfidanti sicuri di se scendono in campo con soldati semplici della Luftwaffe e altre sei squadre del regime tedesco. Si sfideranno in un mini torneo. Nonostante gli ucraini fossero emaciati dai lavori forzati travolgono qualsiasi squadra. Faranno 48 gol e ne subiranno solo 8 in sette partite. Le loro vittorie sono un moto di orgoglio per la popolazione ucraina, i tedeschi vogliono evitare ciò. Ci sarà una prima rivincita contro una squadra dell’esercito tedesco nello stadio Zenit, ma anche qui la partita avrà un epilogo a favore dei campioni ucraini, al termine sarà 5-1 per lo Star FC.

Il comando Nazista è furioso, bisogna battere e umiliare gli ucraini. Si gioca ancora e questa volta contro la squadra elitè dell’esercito nazista il Flakelf.

La partita è surreale, ci sono i tifosi di casa che hanno mitragliatrici puntate contro, l’arbitro è un comandante delle SS e ai tedeschi è concesso tutto. Nonostante questo il primo tempo finisce 3-1 per lo Star. Nell’intervallo un comandante tedesco andato negli spogliatoi si complimenterà con i giocatori ucraini, ma chiedendo di far vincere la squadra tedesca. Diciamo ordinando! Per un momento la paura ha il sopravvento, i tedeschi raggiungono il 3-3. Il calcio però ha sfaccettature che muovono i cuori e l’orgoglio, gli ucraini hanno una possibilità di dimostrare la loro superiorità. Lo devono a loro popolo. Ricominciano a fare il loro gioco arrivando in un amen al 5-3, addirittura un difensore dribla tutta la squadra avversaria compreso il portiere, per fermarsi a pochi metri dalla porta guardare la tribuna del comando tedesco e spazzare la palla il più lontano possibile, come a spregio, come a far capire che loro sono imbattibili.

La partita finirà 6-3, uno dei pochi sopravvissuti Goncharenko, talentuoso giocatore della Dynamo, dirà che ad un certo punto il silenzio calò in campo, i protagonisti avevano capito di aver firmato la propria condanna a morte. La soddisfazione di aver umiliato il nazista però era il premio che valeva il sacrificio.

Nelle settimane successive ad uno a uno i giocatori dello Star furono perseguitati, arrestati e uccisi.

Una storia che s’ incrocia tra la leggenda e verità, lo stesso Goncarenko sembra dipingere qua e là la storia con la sua fantasia. L’unica cosa certa che campioni di un certo spessore, si sono dimostrati uomini veri.


SCUSATE…SE INSISTO..

MILANO ERA UNA GRANDE METROPOLI. IO ARRIVAVO DA BRESCIA, LA CITTA’ MI BRUCIAVA DENTRO!

Il campo dell’oratorio era piccolo e polveroso, un ragazzino classe 1956 fa divertire i parrocchiani con valanghe di gol. La trafila è facile per uno che non calcia il pallone, ma l’accarezza come se fosse un cimelio prezioso. Con il suo Brescia esordisce giovanissimo in serie B, la partita è Catanzaro-Brescia. Resterà alle rondinelle per sei stagioni, tutte militate nella serie cadetta. fino al campionato 1979/80.

Il regista nell’epoca di Beccalossi è il fulcro delle squadre, ragionatore del centrocampo e fantasista. L’Inter di Fraizoli e Mister Bersellini hanno grande fiducia nel ragazzo bresciano, anche se il Mister è uno duro e Evaristo, non è uno che ha l’indole del professionista puro.

“Bersellini era un sergente di ferro, io non amavo inseguire nessuno e non mi piaceva allenarmi. Qualche volta avevo il vizietto della Malborina in bocca.”

In quella stagione Beccalossi ritrova il suo grande amico Altobelli, i due ragazzi della provincia fanno la differenza. Uno segna raffiche di gol, l’altro gli fa segnare raffiche di gol. L’Inter è campione D’Italia.

Primo anno di serie A, prima stagione in una grande squadra ed è subito scudetto! Cosa chiedere di più, se poi sei anche uno dei protagonisti.

La stagione migliore di Evaristo e la successiva. Gioca un calcio divino e divertente, diventa l’idolo dei tifosi e la critica ha sempre parole dolci come il miele per lui. E’ l’anno del Mundial 82 in Spagna, Antognoni si sente il fiato sul collo, ha il timore di perdere la maglia azzurra.

Per fortuna del Giancarlo nazionale però di là sulla panchina cè Bearzot. Eh già al Mister con la pipa Evaristo non va prorpio giù. Non Convocato.

Tifosi e critica vanno contro il CT. “Seppi che alcune persone raccolsero delle firme per la mia convocazione, alcuni andarono a fare un sit-in davanti alla federazione. Anche io le promisi a Bearzot. Poi sfiga vuole che sappiamo tutti come andò a finire, quindi zitto e a casa.”

Dichiarò a fine carriera di averlo capito…. sarà vero….

La partita che vale una carriera. L derby della madonnina. Inter-Milan 2-0 doppietta di Evaristo. Ecco nascere il suo tormentone… “Scusate se insisto… sono Evaristo!”

Tanti ammiratori uno in particolare. L’Avvocato Prisco stravede per il talentuoso 10. “Un giocatore che non giocava con la palla, era la palla che giocava con lui!”

AZZURRI SUL TETTO DEL MONDO

È l’Italia del crescente partito fascista, ormai padre padrone da un anno del Belpaese. È l’Italia che si affaccia a quello sport qual è il calcio in modo sempre più cosciente e forte.

Quattro anni prima si sono tenuti i primi mondiali di calcio, in Uruguay. Vinti proprio dai padroni di casa, veri maestri di quell’epoca, per molti anche di gran lunga superiori a quelli che si abrogavano il diritto di essere i migliori, solo per aver dato origine a questo meraviglioso Sport. Gli Inglesi non hanno mai digerito tutto ciò, boicottando le prime edizioni dei mondiali, denominata ai tempi Coppa Rimmet.

1934 sulla spinta sempre più forte degli organi fascisti i mondiali vengono assegnati all’Italia. Per il Fascismo è un occasione unica per la sua propaganda nazionale ed estera. C’è anche da dire che in Europa gli unici ad avere le strutture pari al mondo inglese sono proprio gli Italiani.

la Nazionale composta dal blocco Juve che in quegli anni dominava in territorio nazionale, è da gente come Meazza e SchiavIo non parte con i favori del pronostico. Vero non c’è l’Uruguay e Argentina e Brasile mandano formazioni di dilettanti, ma chi fa davvero paura sono le squadre dell’est Europa oltre all ‘Austria vincitrice dell’ultima edizione del torneo internazionale tra Nazionali.

il Commissario Tecnico degli azzurri è Vittorio Pozzo. Tecnico riconosciuto per la sua bravura nell’interpretazione del gioco di quegli anni.

Il cammino dell’Italia è duro, ma i ragazzi di Pozzo ci tengono a fare bella figura davanti alla loro gente. Battono agevolmente gli Stati Uniti , ci attende la Spagna del Portiere Zamora, ci vorrà la ripetizione della gara per superare gli Iberici. Superiamo a fatica l’Austria e arriviamo alla finalissima di Roma.

Gli avversari sono temibili oltre che tecnicamente fortissimi. La Cecoslovacchia! La partita è dura come ci si aspettava, gli azzurri chiudono il primo tempo in svantaggio.

La ripresa è una partita da buttare il cuore oltre l‘ostacolo, l’Italia a sorpresa riesce a ribaltare il risultato con Orsi e Schiavio.

Gli azzurri sono sul tetto del Mondo a casa loro! Pozzo e i suoi ragazzi hanno fatto l’impossibile. Si ripeteranno quattro anni dopo in Francia, dando a Vittorio Pozzo l’immortalità del CT più vincente della Nazionale Italiana.


LA BOMBA EMILIANA

Classe da vendere, ma non meno il coraggio e la spavalderia. Uno dei due “Albertoni” nazionali. Mentre uno ci allietava con film e sceneggiati, “La Bomba” ci iniettava vere e proprie scariche di adrenalina. Il carattere del campione correva parallelamente con la sua tecnica. Tanto era scalmanato e incosciente in pista, quanto difficile, spavaldo e avvolte burbero nella vita.

Alberto Tomba, nato nella provincia Bolognese nel 1966 in un paese di partigiani che hanno la montagna nel dna, incomincia fin da ragazzo a far vedere le sue abilità in pista. Scala senza troppa fatica le gerarchie della nazionale azzurra, arrivando a vincere tutto con il pettorale ITA. Quanto ha rappresentato questo atleta per l’Italia. Pensate un ragazzo di Bologna sugli sci, che rappresenta il proprio paese senza un minimo di accento tedesco, ma con quel caldo dialetto tipico emiliano che ti fa pensare a tagliatelle e tortellini. La sua amata regione gli darà anche l’impronta tipica caratteriale. Ama dire le cose in faccia senza troppe storie, fin a risultare anche maleducato e i giornalisti ne sanno qualcosa. Ricordato non solo per le sue vittorie, ma anche per le marachelle in cui andava spesso incontro. Ci si ricorda di un episodio in macchina, con il lampeggiante datogli in dotazione poiché carabiniere, sfrecciare per l’autostrada per i propri interessi.

Personaggio a tutto tondo. Perfino la RAI si inchinò al campione interrompendo il Festival di Sanremo per seguire il bolognese. 1995 finali di Coppa del Mondo a Bormio, l’Italia sono vent’anni che non vince il trofeo. Tomba é semplicemente magnifico. Vittoria. Sul podio ne fa una delle sue, la coppa è di cristallo e pesa 14 Kg, la lancia come se nulla fosse verso il suo staff, il preparatore con un guizzo felino riesce ad evitare che cada. Il padre defilato sul podio ha come un mancamento. “C‘ ha messo Quattordici anni per vincerla e adesso rischia di farla a mille pezzi.” Ma questo era Alberto Tomba.

Era anche colui che lanciò un trofeo contro un fotografo di gossip , a suo dire Troppo invasivo, ferendolo in volto. Gli furono dati dieci giorni di carcere.

Che volete questo era l’uomo, il CAMPIONE! Trovatemi un personaggio capace di essere sempre al limite per il volere dei propri fans e che non sia anche un po’ matto…..


UN CAVATAPPI PER IL DOTTORE

Laguna Seca anno 2008 , il sorpasso impossibile!

Ci sono sport che sono spettacolari nel loro essere, anche se purtroppo poco seguiti. Uno di questi sport è proprio il Motociclismo. Guai nel nostro emisfero osare a sfidare il Dio calcio!
Poi ci sono degli sportivi che alzano il livello di spettacolarità in quello che praticano, talmente lo portano in alto che prendono sotto braccio milioni di persone e li trasformano in appassionati. Ecco Valentino Rossi è uno di questi sportivi! È chiaro che nella nostra penisola i motori hanno sempre avuto un peso specifico notevole. Dopo tutto in Italia si amano le velocità quasi quanto le donne. A quei tempi Campioni nostrani come Capirossi e Biagi non mancavano, ma chi ha fatto incollare le persone sul divano è stato sicuramente il Dottore!

Il suo essere “Personaggio” a 360, il suo essere simpatico o antipatico in base alle circostanze, ma sopratutto il suo essere un vincente e mai banalmente, ha portato nelle case degli italiani il gusto di guardare un MotoGP.

Siamo a Laguna Seca nel 2008. La Ducati ha dominato gli ultimi due Mondiali con in sella l’Australiano Stoner. Nel campionato in corso complice qualche problema della moto bolognese, Rossi ha diversi punti di vantaggio. Il Dottore sa che non è finita, infatti gli ultimi tre Gran premi sono ad appannaggio di Stoner, che nel frattempo è riuscito a sistemare la sua moto. Campionato riaperto e nota dolente per il pilota di Tavuglia, arriva il circuito americano. La Ducati e l’australiano sono i netti favoriti.

Di fatti Stoner nelle prove libere da mezzo secondo a Valentino e uno è più secondo al resto della truppa. Sembra fatta con un finale scontato, anche se….

L’Inizio del GP è subito emozionante, Valentino riesce a stare attaccato sempre alla Ducati, non molla un centimetro! La gara è una costante di sorpasso e contro sorpassi. Nessuno dei due ha la minima intenzione di mollare. C’è qualcosa di magico è fenomenale nel circuito , il cavatappi è una doppia curva in salita e discesa, stretta è tecnicamente difficile.

Proprio sul cavatappi si genera uno dei momenti più belli del motociclismo.

Stoner attacca la Yahama in salita, nello scollinare all’inizio della discesa Rossi ritarda la staccata per difendersi, le moto per un momento procedono a braccetto. Il Dottore per non cedere la posizione e per non mollare è costretto ad andare sulla sabbia per un paio di metri sorprendendo l’avversario oltre che a rischiare la sua pelle!

Stoner accuserà il colpo e qualche giro dopo cadrà, arrivando comunque secondo…. gli altri piloti correvano????

Da Laguna Seca in poi Rossi sarà irraggiungibile, aggiudicandosi il Mondiale 2008. Stoner perse la fiducia e la sicurezza da quella gara.

Ci sono gli sportivi e i campioni. Poi ci sono i fenomeni. Il 2008 sul Cavatappi abbiamo visto un FENOMENO.

La FRECCIA DEL SUD

Mosca 1980, Finale 200 MT piani, “Al traguardo pensavo fosse acqua, invece..”

Per le vie di Barletta c’è un ragazzino che corre veloce tra i vicoli. Pietro nasce nel 1952 nella città pugliese da una famiglia umile. Il padre sbanca il lunario facendo il sarto mentre alla madre come alla maggior parte delle donne del sud dell’epoca è affidata la cura della prole e della casa. Iniziando gli studi delle scuole superiori, per la precisione Ragioneria, vengono a galla le doti da sportivo di Mennea, in campo atletico.

Pietro Mennea non ha il fisico da velocista, magrolino e gracile rispetto ai suoi avversari. Ce n’è uno in particolare che diventerà la sua ossessione, il Sovietico Valerij Borzov. Sarà per Mennea un punto di riferimento continuo, un traguardo da raggiungere assolutamente. Pietro è un ragazzo con i piedi per terra, critico e pignolo, meticoloso negli allenamenti, si prepara per qualsiasi gara al massimo.

È ancora un ragazzino quando esordisce in una grande competizione. Alle famose Olimpiadi di Monaco ‘72 ha appena 19 anni eppure riesce a salire sul podio al terzo posto nella gara dei duecento. La notorietà per la freccia del Sud è fin da subito schizzata nel firmamento dei campioni. La conferma si avrà negli Europei di casa a Roma nel 1974. Prende la medaglia d’argento nella staffetta e nei 100 mt, sempre e ancora dietro a Borzov. Arriva la medaglia d’oro invece nella gara prediletta di Pietro i 200.

C’è un piccolo passo falso nella carriera di Mennea, un piccolissimo neo. Nel 1976 si rifiuta in un primo momento di partecipare alle olimpiadi di Montreal, poiché secondo lui i risultati nell’ultimo periodo di preparazione non sono stati convincenti. Si smuoverà addirittura l’opinione pubblica per convince il campione a partire. Il grido del popolo viene ascoltato Pietro torna sui suoi passi e parte per il Canada. Sarà una manifestazione senza allori.

Arriviamo a ridosso del sogno di quel 1980. Prima però Mennea partecipa alle Universiadi di Città del Messico essendo ancora studente universitario. Qui avviene qualcosa di magico, non solo Pietro si impone nei 200 mt, ma stabilisce il nuovo record mondiale sulla distanza con il tempo di 19.72. Record che resistito fino al 1996, battuto da un altro mostro della disciplina quel Johnson che sapeva volare. Che però ancora oggi è record Europeo, ancora “OGGI”!

Mosca 1980 ci siamo, l’ha vinta di bronzo a Monaco, ha fallito a Montreal, ora deve essere sua, in più siamo a casa di Borzov, e ci sono gli americani che hanno boicottato i giochi. La medaglia tanto inseguita, come se quel traguardo non arrivasse mai, finalmente arriva. Il campione può finalmente sedersi sull’Olimpo dorato dei migliori.

In un’intervista qualche anno dopo Pietro ridendo di gusto raccontò un aneddoto. Alla fine della corsa un addetto russo gli passò una bottiglietta di vetro. Convinto fosse acqua la versò completamente sulla testa per rinfrescarsi dallo sforzo. Si accorse troppo tardi che in realtà il liquido non era l’acqua tanto desiderata, ma la famosa e nauseabonda aranciata Sovietica. “Mi si incollò addirittura la canottiera sulla pelle, quel liquido giallastro e zuccheroso mi rimase attaccato per giorni.”

C’era un ragazzino che correva veloce per i vicoli di Barletta!

GINETACCIO DEVI VINCERE

Gino Bartali e quel Toure de France da vincere a tutti i costi.

Siamo nel 1948, la Seconda Guerra Mondiale si è conclusa da tre anni. L’Italia sta cercando di rialzarsi. Sono anni controversi, Monarchia contro Repubblica, ma anche Democrazia Cristiana contro Comunisti e Socialisti. Un paese senza ancora un vero equilibrio politico e sociale, una polveriera pronta a esplodere. Tenete bene a mente queste considerazioni, saranno parte centrale della nostra storia per uno dei più grandi sportivi del panorama italiano.

Gino dal carattere forte e dal cuore buono. Campione sulla bici, Campione nella vita. Di lui ci si ricorda oltre che per i trionfi, sopratutto per la sfida continua con Fausto Coppi. Le imprese di Bartali sono anche altre, umanamente più gloriose. Da l’aver fatto la staffetta macinando una media di 200 km al giorno per portare messaggi nascosti nella canna della sua bicicletta negli anni del conflitto, rischiando la morte da parte dei nazisti. Fino alla vicenda dove leggenda e storia si uniscono a raccontare una delle più belle favole italiane.

La delegazione italiana si presenta al Tour de France Del 48’ rimaneggiata. Non ci sono Magni e Coppi. La spedizione è diretta da Binda che può contare solo sul vecchio leone di 34 anni Gino Bartali. Da considerare anche l’ambiente attorno agli italiani. La guerra ha lasciato cicatrici profonde nell’animo dei francesi. Gli insulti sono all’ordine del giorno.

La Grande Boucle non inizia nel migliore dei modi. Al giro di boa Bartali ha un ritardo di 21 minuti dalla maglia gialla, i Pirenei sono stati una lezione dura.

Siamo al terzo giorno programmato di riposo per gli atleti. Qui avviene ciò che fa innescare la miccia per il miracolo. A Roma Antonio Pallante, un giovane siciliano di estrema destra. Spara in piazza Montecitorio a Palmiro Togliatti. È la goccia che fa traboccare il vaso. L’Italia è colpita da tumulti, scontri e scioperi selvaggi. Il paese è sull’orlo di una guerra Civile. De Gasperi primo ministro appena eletto ha in mente un ultimo colpo di spugna.

Il telefono squilla in Francia, viene passata la chiamata a Bartali. “Ginettaccio, devi vincere!

L’indomani il Tour riparte dalle Alpi. Dove le gambe incominciano ad andare in crisi esce la forza di volontà e tecnica di Bartali . La prima tappa sulla catena montuosa è qualcosa di fantastico. Gino guadagnerà sulla maglia gialla 19 minuti. Continuano le tappe di montagna, continua la scalata in classifica di Bartali. Attraverserà l’arco di trionfo come vincitore della più importante corsa a tappe.

La vicenda corre in Italia più della bici di Bartali. È un apoteosi di gioia. Far incazzare i francesi e vincere a casa loro. Le acque nel bel paese si calmano, gradualmente sta tornando la normalità. Grazie a Ginettaccio la guerra civile è stata evitata.

Non si hanno riscontri storici sul fatto che la vittoria di Bartali abbia scongiurato una pagina nera all’Italia. La realtà ci mostra un Togliatti che ripresosi dall’operazione che gli salvò la vita, comunicó di non appoggiare quel filo conduttore di violenza che si era innescato, placando gli animi di tutti!

Quanto sarebbe triste un epilogo così. Quanto gusto si perderebbe nella grande impresa di Bartali. Allora a me piace raccontarla così, questa “Favola” bellissima.


IRON MIKE, GUANTONI E MORSI

QUANDO IL PUGNO NON ARRIVA AL MENTO, L’ALTERNATIVA SONO I DENTI!

“Staccai l’orecchio di Holyfield con un morso, in realtà avrei voluto ucciderlo!”

Se c’è un campione che si è sempre contraddistinto per le sue innate qualità, ma che sopratutto ha fatto parlare di se per quell’istinto di mettersi nei guai. Bè questo è proprio Mike Tyson. Se esiste uno Sport in cui puoi permetterti di fare quasi ciò che vuoi, bè questo è la Boxe professionistica.

Michael Gerard Tyson. Nato nel 1966 a Brooklyn, New York. Cresce con la passione dei piccioni,fino ad allevarne uno tutto suo. Cresce in un ambiente familiare difficile, con una madre delusa da due matrimoni e affetta da alcolismo. Mike fin da bambino ha la nomina del picchiatore. Fin dalla giovane età si distingue per continue risse nel quartiere appesantite da qualche furtarello fino ad arrivare a vere e proprie rapine. L’incredibile? A 13 anni ha già conosciuto “Trentanove” volte il carcere minorile.

La fortuna di Tyson fu proprio il carcere, notarono le sue qualità nella boxe, venne segnalato a famoso allenatore del tempo Cus D’Amato.

Cus riesce ad instaurare un rapporto particolare con Mike, non solo nelle doti tecniche dello sport, insegnandoli tutto quello che c’era da insegnare, ma anche e cosa più importante, riuscì a cucire un legame profondo anche fuori dal ring. Probabilmente Mike vedeva in lui quella figura paterna mai avuta.

L’esordio tra i professionisti è per Iron Mike roboante. Dodici incontri vinti di cui dieci per KO alla prima ripresa. Saranno su un totale di 58 incontri 52 vinti (44 per KO) e solo 6 persi.

Per ESPN è uno dei migliori boxere mai esistiti, se non il migliore. Purtroppo la stessa testata lo incoronerà come peggiore atleta per sportività della storia. Giudizio che Mike si porterà dietro anche oltre la sua carriera, il cattivo ragazzo è una costante nella vita del campione, che sia dentro o fuori dal ring.

Las Vegas 9 Novembre 1996

L’incontro in programma è Tyson vs Holyfield. Siamo agli sgoccioli della carriera di Iron, in più davanti a lui c’è un’altro campione vero, uno duro da mettere a tappeto. Lo scontro appare fin dalla prima ripresa violento e tosto, i due se le danno di santa ragione.

L’epilogo è un fulmine a ciel sereno, abbracciati al centro del ring si vede Holyfield arretrare saltellando dal dolore, mentre Tyson lo guarda fisso sputando qualcosa a terra di rosso sangue. Incredibile, il lobo dell’orecchio di Holyfield giace sul ring. Le immagini del replay sono inequivocabili, Tyson ha morso l’avversario fino a staccargli l’orecchio!

L’incontro arrivato alla terza ripresa viene sospeso. Una rissa si scatena sul ring, tra il pubblico e addirittura per strada. Tyson verrà sospeso per un anno e multato per un milione di dollari, cosa che al campione interessa relativamente poco. Cosa aveva scatenato tanta furia nel campione? Iron Mike dichiarerà che fu infastidito dalla poca sportività di Holyfield, colpevole di averli tirato tre testate!

La reazione è stata esagerata? Assolutamente,ma vi siete dimenticati del BAD BOY?

ANGELI CONTRO DEMONI

LA FINALE DI SEMPRE

Si sono già incontrati più volte in campo, saranno in totale quattordici volte. L’equilibrio tra i due fenomeni è straordinario, sette vittorie a testa. Uno dei pochi dualismi sportivi che non avrà mai un vincitore. Partite memorabili, duelli affascinanti di uno sport come il tennis, nobile e affetto da colpi di classe. Sport che lo svedese Borg e l’americano McEnroe portano con le loro gesta all’apice del suo splendore, influenzando pensiero, moda e carattere di quegli anni.

Stili diversi a confronto. Mentre l’Angelo svedese Borg, già sulla cresta dell’onda da tempo, è un giocatore controllato e calmo, con la particolarità di iniziare le partite sempre in sordina. Il Demone americano McEnroe è impulsivo, nevrotico e a volte arrogante con tutto quello che lo circonda, aggredisce l’avversario con i suoi colpi fin dalle prime palle.

John McEroe. Entra a far parte del firmamento tennistico in breve tempo, il primo successo arriva agli US Open del 1979, dominando u’altro dei suoi avversari prediletti, il connazionale Jim Connors. in un primo momento gli venne affibbiato il soprannome di The Genius” per la spettacolarità del suo gioco. il nomignolo li venne poi cambiato col passare delle partite in SuperBrat” (Brat sta per moccioso) vista la sua costante tendenza ossessiva alla contestazione.

“IL DOVER CHIEDERE SCUSA NEL TENNIS, ANDREBBE ABOLITO.”

Bjorn borg. Una specie di Cyborg nell’universo del tennis. Freddo e silenzioso, letale nel campo. Soprannominato “l’Uomo di Ghiacco”. Tutto il contrario della persona fuori dalla righe di gioco. Amante degli eccessi. Droga, sesso ed alcol al limite del possibile. Ritiratosi quasi inspiegabilmente all’età di ventisei anni. Nonostante gli undici Slam vinti fino al 1980 e che fosse il Re incontrastato del Tennis.

“E’ COME SE BORG PRIMA TI ADDORMENTASSE, PER POI PRENDERTI A MARTELLATE.”

WIMBLEDON 1980

La Partita, la finalissima. Come al solito lo svedese parte lentamente, questa volta anche troppo. Perde 6-1 il primo set e sta quasi per capitolare anche nel secondo. All’improvviso come se si fosse destato da un lungo sonno incomincia a “martellare” l’americano. McEroe dopo aver dominato nel primo set e avere in mano il secondo, incomincia a subire il ritorno dell’avversario. La prassi per il giovane “SuperBrat” è la stessa da copione. La pazienza e la calma vanno a farsi fottere. Si conclude anche il terzo set, incredibilmente l’Angelo conduce 2-1 sul Demone. Quello che succede nel quarto è la meravigliosa storia di tutto il Tennis. McEroe salva ben tre Match point, portando il set sul 6-6. Per la prima volta nel torneo inglese il tie breack viene giocato proprio sul risultato di 6-6. Nessuno dei due contendenti ha intenzione di mollare un centimetro, questo fa si che il tie breack sia giocato punto su punto, in un lunghissimo, agognante e emozionantissimo duello. Il Demone americano avrà la meglio con il punteggio di 16-14.

La partita potrebbe cessare già qua. Il pubblico potrebbe essere già sazio. Il mondo potrebbe aver già visto tutto… ma nel Tennis purtroppo il pareggio nella partita non è contemplato. Uno dei due dovrà essere il campione.

Nonostante tutti avessero scommesso su McEroe per via dello slancio dovuto al tie breack appena concluso. Con un ultimo spunto della sua forza, Borg arriva ad avere la meglio trionfando nella finale con il punteggio di 8-6 al quinto set.

Due Campioni che hanno dato vita alla partita più emozionante mai vista. Sul tavolo c’era tutto. Talento, stile, carattere e la personalità così forte e allo stesso tempo così diversa di due personaggi incredibili.

ANCORA OGGI NEI CORRIDOI E SUI CAMPI DI WIMBLEDON SI PARLA DI QUELLE GESTA. COME SE NON FOSSE PIU’ UNA PARTITA, MA UNA STORIA IMMORTALE.

LA SOLITUDINE DEI NUMERI UNO

I cinque migliori portieri da me visti all’opera. Nessuna classifica, generazioni diverse. Il calcio è cambiato e con lui il ruolo tra i pali. Naturalmente è una opinione personale.


BODO ILLGNER

Ho sempre fatto fatica a trovare qualcuno che si ricordasse di Illgner, portiere tedesco di una affidabilità e bravura nel ruolo pazzesca. Probabilmente la sua poca popolarità è dovuta al fatto che non fosse una persona che amava stare sotto i riflettori. Eppure vincitore del Mondiale del 1990, di due Liga spagnole con il Real Madrid e due Champions sempre con i Blancos. Quando Fabio Capello si trasferì sotto la corte madridista come primo acquisto chiese proprio Bodo. Disse: “Buffon? Un grande portiere, meriterebbe il pallone d’oro. Ma oggi il migliore è Neuer“ Su su Bodo hai fatto un po’ il nazionalista…..


IKER CASILLAS

Portiere spagnolo del Real Madrid, cresciuto fin dagli inizi nella storica società Castigliana. Successe proprio a Illgner, giovanissimo. Il racconto del suo esordio in prima squadra è una storia divertente e quasi commovente. Iker ha 17 anni e quella mattina è a scuola. Durante la lezione di disegno il Preside dell’istituto irrompe nell’aula prendendo da parte il giovane.”Iker qua sotto c è un taxi che ti aspetta per portarti in aeroporto, ha chiamato il Real devi andare in Norvegia non hanno più portieri.” Il ragazzo non ci pensa due volte, parte e gioca la sua prima in Champions League. È talmente a suo agio tra i pali della prima squadra che non ne uscirà mai più da quel momento. È lui il titolare. Disse “Se il Real Madrid mi chiamasse ancora, andrei subito”. Campione del Mondo e D’Europa con la Spagna e tre volte campione d’Europa e di Spagna con il Real.

JULIO CESAR

Il brasiliano dalla lacrima facile. Arriva in Italia da semi sconosciuto, ma in Brasile ne parlano davvero bene. Dopo un anno di prestito al Chievo Verona, l’Inter lo inserisce in rosa. Mancini allenatore quell’anno dei nerazzuri ci mette un paio di mesi a capirlo. Il posto da titolare diventa di Julio. Portiere di una agilità mai vista, una potenza esplosiva incredibile e rispetto a tanti suoi colleghi ha piedi sopraffini. Bravo sulle palle alte quanto nei pali. Il mio pensiero è che negli anni italiani sia stato pari a Buffon se non superiore. Nel ‘annata 2010 lo è stato sicuramente. Uno degli eroi del triplete interista. Messi è Xavi dichiareranno di aver quasi esultato al Camp Nou , finché non videro quel pazzo di Cesar fare una delle parate più belle negli ultimi dieci anni. Disse: “Il Mondo mi ha conosciuto grazie all’Inter, sarò sempre riconoscente ai colori nero azzurri.” C è da scommetterci che lo disse piangendo. Vince tutto con l’Inter, una coppa America con la nazionale brasiliana. Peccato il mondiale perso in casa.

GIGI BUFFON

Gigi nazionale. Ci sarebbe poco da dire. Portiere completo e fortissimo in tutto. Gli facciamo passare che ha due ciabatte al posto dei piedi, ma poco importa se l’essenziale lo devi fare con le mani! Esordisce anche lui giovanissimo in un Parma-Milan. Nevio Scala l ha vista lunga e non l’ha più tolto. Mi impressionò fin da quella partita affrontò un certo Whea con tempismo e coraggio di un veterano, andando sui piedi dell’attaccante africano. Molti dicono che sia il più forte di tutti i tempi, io sinceramente non me la sento di affermare ciò. Sicuramente il fatto di essere allo stesso livello da i suoi 17 fino ai 43 anni è qualcosa di incredibile. Questo fa sì che comunque dire che Buffon sia il migliore di sempre non sarebbe poi così sbagliato. Disse: “Senza aver visto N’Kono, non sarei mai diventato un portiere.” Campionati e coppe nazionali con la Juventus, coppa UEFA con il Parma è il fantastico Mondiale nel 2006 con la Nazionale. Peccato per la Champions… magari quest’anno! Ah… gli manca un Pallone d’Oro!


WALTER ZENGA

Mi scuso in anticipo, ma è stato e sarà il mio Idolo per sempre. Lui mi ha fatto innamorare del ruolo del portiere. Pazzo, incosciente e guascone.Fortissimo! Per dieci anni e più senza rivali in porta e di portieri forti in circolazione non mancavano. Unico portiere italiano a vincere il pregiato premio di Guanto d’Oro, per ben due volte. Detto l’uomo Ragno. Vinse lo scudetto dei record con l’Inter e due coppe Uefa. Milanese di nascita, fin da ragazzo la domenica è presenza fissa in Curva Nord. L’unico cruccio è quella semi finale con l’Argentina, l’uscita azzardata su Caniggia, Ferri e Baresi immobili come statue. Molti erroneamente lo ricordano solo per quell’episodio. Dichiarò qualche anno fa che Buffon è il miglior portiere di sempre. Io sono convinto che Walter non fosse così lontano. Disse “Tifavo Inter già a tre anni, nonostante mio padre fosse Juventino. Se non è amore questo.”

Il portiere, non puoi essere normale se prendi un gol e sei felice di essere in porta. Essere matti, tanto da buttarsi in terra, più volte. Essere soli sempre confinati in due pali. Amare la sensazione di volare e farne una fede!